The great Tamara de Lempicka, una donna pittrice nell’età del jazz

il canto di calliope

Un candido cappello a falda larga in tinta con i guanti, occhi verde giada ed un vestito in perfetta sintonia cromatica, dalla stoffa svolazzante che aderisce al corpo di questa boccolosa “flapper girl” e mette in risalto la sua sensuale femminilità: è con Ragazza con i guanti, quadro del 1927, conservato al Centre Pompidou, che si apriva la mostra torinese dedicata alla pittrice più indipendente e femminile dell’età del jazz, Tamara de Lempicka.

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Verso il nulla infinito

Venezia è una città fatta per perdersi e ritrovarsi, girare in tondo, attraversare mille ponti, smarrirsi nella profondità dei canali e ricominciare a cercare una strada alternativa: un po’ una metafora architettonica della vita, composta da infinite domande e pochissime risposte. Forse proprio per questo motivo Venezia è custode della Biennale d’arte, giunta ormai alla 56 edizione; come vestale indiscussa dell’arte antica e contemporanea si divide tra mostre e padiglioni ufficiali, dislocati tra giardini e arsenale, e i numerosi eventi collaterali, che animano la città lagunare in tutta la sua superficie, lasciando al visitatore il privilegio di perdersi nelle sue calli e “inciampare” letteralmente in una o più mostre gratuite in cui l’arte contemporanea si fonde con la bellezza senza tempo della laguna.

Ed è proprio di fronte all’entrata dell’arsenale che ci si imbatte in The Infinite Nothing dell’artista cinese Tsang Kin-Wah, evento gratuito e visitabile in Campo della Tana fino al 22 novembre 2015. Non un semplice percorso di video proiezioni, ma un vero e proprio viaggio dell’io alla disperata ricerca di un significato nella vita stessa. Partendo dal concetto nichilista di futilità, l’intero percorso sembra voler raccontare al visitatore i vari stadi di presa di coscienza dell’essere umano. Da cattolico devoto, l’artista si avvicina nel corso dell’adolescenza alla filosofia di Nietzsche mettendo così in dubbio l’obiettivo dell’esistenza stessa: «non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla?», la celebre affermazione sulla morte di Dio da spunto al titolo della mostra e varcando il pesante tendone nero inizia il viaggio nell’inconscio.

Ci si ritrova così nel bel mezzo di un fiume agitato, acqua come simbolo di purificazione, ma anche instabilità delle cose e incertezza della vita; il fiume racchiude i dubbi e le paure che l’essere umano deve attraversare per poter attuare una trasformazione che lo porterà da cammello a leone, da leone a bambino, e da qui a superuomo. Un percorso tortuoso che l’artista ci ripropone proiettando luci e immagini sulle pareti bianche di quattro sale completamente buie: siamo soli con i nostri pensieri. La corrente spinge il visitatore verso un’altra stanza, una lunga galleria in cui una figura equina, giusto abbozzata, proiettata sulle sue candide pareti, si dissolve in scritte infinite. Questa sala ricorda il mito della caverna di Platone, quasi a rappresentare il risveglio dell’uomo attraverso l’indagine sulla realtà per migliorare se stesso.

Con la mente “risvegliata” dalla realtà, il visitatore prosegue il suo percorso attraverso un corridoio lungo e stretto caratterizzato da un cielo in tempesta, la proiezione di due finestre bagnate da una pioggia incessante sembra mettere in scena i tumulti di una mente in procinto di un cambiamento imminente: la trasformazione ha attecchito. Seguendo la luce in fondo al corridoio si viene inondati da una cascata di parole, una natura selvaggia di testi indisciplinati che scivolano lungo le pareti verso una porta che si apre su di un muro vergine illuminato in sordina dalla luce riflessa delle proiezioni, la sagoma del visitatore diviene così una casuale proiezione a sua volta e ci si specchia nella nuova immagine di sé: forse un superuomo?

L’artista, da vero nichilista, non può permettersi di risolvere il quesito ed è così che, seguendo l’uscita, si ritorna all’inizio del viaggio, ci si immerge perciò nello stesso fiume, per sottolineare quell’eterno ritorno che definisce una perpetua esplorazione del sé che non porta ad alcuna risposta. Si esce solo con una triste intuizione, secondo cui la vita scorre senza inizio né fine, forse verso un niente infinito per sottolineare un’inesistenza senza fine.

LA BIENNALE DI VENEZIA
56. Esposizione Internazionale d’Arte – Eventi Collaterali
Tsang Kin-Wah – THE INFINITE NOTHING
Dal 9 maggio al 22 novembre 2015

Pubblicato su Juliet Art Magazine, il 3 settembre 2015

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Il sospiro della Sibilla..

Un alone di mistero e raffinata ricercatezza avvolge le opere di Bruno Martinazzi, classe 1923, che dopo una laurea in Chimica e la lotta partigiana, si dedicò all’arte esordendo come orafo nel 1954, introducendo così il gioiello contemporaneo nelle realtà museali, per poi affermarsi come scultore. Si tratta dunque di un’artista poliedrico e profondo quello ospitato dallo Spazio Don Chisciotte dal 13 febbraio al 21 marzo.

Martinazzi ama sperimentare e giocare con gli elementi e non si limita a un solo ambito artistico, ma cerca costantemente di spingersi oltre i propri confini, come un Ulisse dell’arte, varca le colonne d’Ercole della convenzione per unire la letteratura alla scultura, al design del gioiello, alle illustrazioni, per un connubio delicato e raffinato. Attraverso la lavorazione e l’unione tra oro e pietra Maritazzi esprime la sua poetica, e i due elementi si bilanciano in un equilibrio di forte impatto visivo in cui la fusione tra “quella che sa dare leggerezza a ciò che è pesante e peso a ciò che è leggero” illumina le sale della piccola galleria voluta dalla Fondazione Bottari Lattes. Si comincia così un viaggio sempre al limite tra sogno e realtà, ci si immerge pertanto in una serie di opere scelte che toccano le varie fasi artistiche di Maritazzi e sfiorano nel profondo la sensibilità del visitatore attraverso citazioni bibliche e riferimenti letterari di alto livello culturale.

Fanno parte della mostra, curata da Massimo Ghiotti, una serie di piccole sculture in pietra serena intitolata “Pagine di Pietra”, di recente produzione: una serie di pagine dall’impronta quasi testamentaria in cui l’incisione e la sovrapposizione di foglie d’oro danno voce e respiro a frasi immortali. Una seconda sala è dedicata invece a 12 disegni del 1980, ovvero studi preparatori per il libro “Il cielo e la terra e tutte le sue creature” (Noire editore, 1988) di cui una copia in consultazione per i visitatori, dove alcune frasi estratte dalla Bibbia vengono rielaborate e illustrate secondo l’interpretazione dell’Artista. L’opera intitolata “Sicura dimora degli immortali”, ad esempio, colpisce particolarmente, in quanto viene rappresentato un ventre femminile, accogliente e sicuro, luogo di nascita e piacere, un inno alla vita ed alla bellezza semplice e pura. Ciò che colpisce di Maritazzi è poi il profondo rispetto che ha per la pietra, come si può osservare dalle cinque sculture esposte, il marmo viene scolpito con grazia e delicatezza, come se cercasse semplicemente di liberare i tratti figurativi nascosti all’interno di ciascun blocco. Osservando attentamente “Sibilla” del 1984, in marmo rosa, si può notare che naso e labbra sono solo accennati, ma concentrandosi si riesce a percepire la flebile voce e l’agonizzante sospiro sella Sibilla Cumana che desidera la morte con tutta la sua anima.

Concludono la mostra: tre quadretti intitolati “Foglie d’oro” del 2002, in cui frasi tratte dal Faust di Goethe, dall’Eneide vigiliana, e da “Il catalogo delle donne “ di Esiodo vengono associati a piccole rappresentazioni, composte da foglie d’oro, e infine quattro gioielli (due anelli e due collane) in cui design, cultura e bellezza si fondono per dare luce a piccoli oggetti d’arte indossabile. Una mostra che colpisce gli occhi e l’anima, mostrando la bellezza degli elementi in tutta la loro purezza.

“Disegni, sculture gioielli di Bruno Maritazzi”
13 febbraio – 21 marzo 2015
Spazio Don Chisciotte – Via Della Rocca 37 , Torino
www.fondazionebottarilattes.it

Pubblicaco su Juliet Art il 19, marzo 2015

Donne si diventa!

8 marzo. Giornata internazionale dei diritti delle donne. Per questo credo sia doveroso sottolineare la parola “diritto”; in questa giornata dobbiamo ricordare le battaglie combattute da tutte quelle donne che con il loro coraggio e la loro determinazione ci hanno permesso oggi di essere quello che siamo oggi. Una battaglia cominciata e non finita,perché siamo ancora considerate il sesso debole, il secondo sesso, quello destinato ad accudire ifigli e preparare la cena, quello che se vuole essere madre è molte volte costretta a firmare le dimissioni insieme al contratto di assunzione, quello che se mette una gonna troppo corta è una “facile” e se viene molestata se l’è voluto.
Oggi 8 marzo a Torino si corre per sottolineare e gridare a tutti il diritto di essere donne, di essere madri,
di essere lavoratrici, di essere studiose, artiste, sportive e scienziate. Il diritto di non essere calpestate da quel sesso che alza le mani per essere forte, ma di essere considerate loro pari. Il diritto di esprimersi, di amare e di non essere sottomesse a nessuno.

 

#TorinoDonna #JustTheWomanIAm #BackToMySelf

#TorinoDonna #JustTheWomanIAm #BackToMySelf

Quindi non umiliamoci finendo a festeggiare in qualche locale in cui si crede di celebrare la donna con qualche stupido spettacolo di spogliarelli maschili, non abbassiamoci al livello culturale di chi sfrutta il corpo altrui, di chi si diverte umiliando l’altro sesso. Alziamo la testa e urliamo al mondo intero che in questo mondo non vogliamo essere la fotocopia di un uomo, bensì DONNE.
Essere donna significa avere la possibilità di essere lavoratrici e madri senza venire discriminate, vestirsi come ci pare senza essere molestate, perché siamo esseri umani non oggetti sessuali, significa dare a tutte la possibilità di studiare e realizzarsi come persone, quindi combattere i matrimoni precoci, l’analfabetismo e l’infibulazione.
Quando finalmente avremo risolto tutti questi problemi, allora sì che potremo festeggiare, per ora non ci resta che manifestare e combattere. Perché come scrisse Simone de Beauvoir, donne non si nasce: si diventa!

FLY EXPERIENCE: “Ecco perché gli uccellini cantano!”

Chi non ha mai sognato, almeno una volta, di lascare che i pensieri, le parole, i rumori scivolassero via trasportati dal vento e galleggiare nell’aria come un uccellino?? Sembra un sogno, una di quelle esperienze riservate solo a chi trova il coraggio di lanciarsi con il paracadute o buttarsi nel vuoto attaccato ad un elastico, eppure da oggi è accessibile a tutti, grandi e piccini, armati di una gran voglia di volare.
Come? Infilandovi in una galleria del vento. Dove? Al “Fly Experience” di Grugliasco, proprio accanto al centro commerciale Le Gru, a due passi da Torino.

immagine presa dalla pagina FB Fly Experience

(foto presa dalla pagina FB Fly Experience)

Fly Expirience è infatti il primo wind tunnel in Italia ed eccelle per sicurezza e tecnologia, nasce da un’idea di Marco Berry (responsabile comunicazione e marketing) che ha voluto rendere possibile a tutti l’esperienza più incredibile del mondo: il volo. Il sogno rimasto irrealizzato da Leonardo da Vinci è ora alla portata di tutti, non si ha infatti bisogno di una particolare preparazione atletica per entrare nella camera di volo (un cilindro di vetro trasparente dal diametro di 4,30 metri per 12 di altezza dotato di quattro motori capaci di generare un flusso d’aria ad alta velocità permettendo così di simulare le sensazioni di un paracadutista in caduta libera), è sufficiente avere più di 4 anni, non superare i 120kg di peso e prepararsi un sorriso smagliante da sfoggiare all’uscita, al resto pensano tutto loro: un team di 10 coach paracadutisti con migliaia di lanci nel curriculum e numerosissime ore di volo alle spalle, tra cui il
campione del mondo di freefly, Manuel Basso.
Una volta varcata la soglia di entrata e compilato i vari moduli di iscrizione, sarete dunque accolti da un istruttore professionista che vi guiderà passo dopo passo durante tutte le fasi di questa spettacolare esperienza.
Per prima cosa verrete dotati di tuta, scarpe da ginnastica, occhiali, casco e tappini per le orecchie. Dopo la vestizione ci si reca nella sala briefing dove vi verranno mostrate e spiegate le principali posizioni di volo, i movimenti per correggere e rendere più rilassata l’esperienza di volo e i segnali per comunicare con il vostro istruttore all’interno della galleria. Da qui si accede alla camera di volo, un breve controllo della velocità dell’aria (che va dai 180km/h per il volo base ai 300Km/h per le evoluzioni più complesse), pugni sul petto, mento in alto e… via! Un passo all’interno del gigantesco tubo e vi ritroverete a galleggiare sorretti dalla corrente d’aria: tutti i pensieri scivolano via, l’aria vi scrollerà di dosso il peso della quotidianità e vi sentirete liberi per 60 secondi di pura emozione. Il pacchetto base prevede due sessioni di un minuto ciascuna intervallate da una pausa in cui l’istruttore vi intratterrà con fantastiche evoluzioni. E prima di uscire potrete scegliere una foto da portare a casa come ricordo della giornata.
La camera di volo però non è solo per il grande pubblico, ma è una vera e propria “sala prove” per chi pratica paracadutismo a livello agonistico, il luogo di allenamento perfetto dove un più lungo lasso di tempo a disposizione permette di provare indoor figure ed evoluzioni che in outdoor si ha il tempo di testare per soli 45 secondi.
Un’esperienza che vi stamperà un bel sorriso sul volto per tutta la giornata, capace di dare uno scossone anche agli animi più miti e, solo dopo aver volato, capirete “perché gli uccellini cantano!” (cit. M. Berry)

Fly Experience
via Crea 10/bis, Grugliasco
lun – dom h 10:00 -22:00
www.flyexperience.it

MAdRE: la bellezza delle piccole cose.

Viviamo in un’epoca in cui tutto è immediato, non ci si cura più delle piccole cose, non si scrivono più lettere, non si attende che la pellicola sia sviluppata per vedere la foto, non si fa più caso ai gesti “normali” e “semplici” perché viviamo alla rincorsa del futuro e chi si ferma cade nella banalità. In un periodo storico simile esiste ancora qualcuno capace di provare commozione per la semplice vista del mare? Molti di noi probabilmente hanno perso di vista la poetica forza dei gesti quotidiani per dare maggior rilievo ad attrazioni “stra-ordinarie”, pertanto artisti come Sophie Calle possono apparire morbosamente invadenti, se non assurdi, ma è proprio dalla semplicità, attraverso questo tocco controverso, voyeuristico e un po’ folle, di chi è capace di mettersi e mettere a nudo, che si sprigiona la meravigliosa poesia delle sue opere.

 

Sophie-Calle-1

 

Due percorsi espositivi, quelli in mostra al Castello di Rivoli fino al 15 marzo 2015, raggruppati da un titolo che gioca sull’omofonia delle parole Mare e Madre in lingua francese: l’uno poetico e commovente, l’altro intimo e personale, ma entrambi caratterizzati da un forte impatto emotivo. Un’opportunità dunque, per scavare nei nostri pensieri e ritrovare quella piccola luce che abbiamo soffocato in anni di corse all’innovazione. In “Voire la mer” ci ritroviamo di fronte a sei maxi schermi in cui sono proiettate le riprese di sei persone che danno le spalle alla telecamera e contemplano il mare. “A Istambul, una città circondata dal mare, ho incontrato persone chenon l’avevano mai visto. Li ho portati sulla costa del Mar Nero. Sono venuti a bordo dell’acqua, separatamente, gliocchi bassi, chiusi o mascherati. Ero dietro di loro. Ho chiesto loro di guardare verso il mare e poi tornare verso di me per farmi vedere questi occhi che avevano appena visto il mare per la prima volta”.

Attraverso questa semplice installazione l’Artista ci porta a rivivere la sensazione di stupore e meraviglia di chi non ha mai visto il mare, uno per volta l’uomo anziano, la donna di mezza età, la ragazza con la bambina e gli altri si girano verso la telecamera e Sophie Calle riesce a regalarci la reazione di ciascun osservatore: una gioia viscerale e genuina che brilla per la meravigliosa semplicità del gesto. Una commozione empatica ci porta così indietro nel tempo, nella speranza di captare tra le pagine della nostra memoria la prima volta in cui, anche noi, abbiamo visto il mare e fare nostra quella semplice gioia dei sei “personaggi” ripresi dall’artista. Questo gesto voyeuristico riflette in qualche modo la nostra morbosa ricerca di felicità per le cose semplici, quella spensieratezza che abbiamo perso per strada crescendo. Attraverso un dialogo fatto di soli sguardi, l’opera in sé sembra quasi un’ode all’ingenuità, un ritorno alle origini e all’incontaminato, un vampiresco desiderio di tornare a stupirsi per qualcosa di meravigliosamente normale.

In “Rachel,Monique”, invece, l’artista ci rende partecipi del suo lutto: il dolore per la morte della madre si trasforma in una sorta di pubblica memoria, una litania fatta di oggetti cari alla madre, parole scritte sui diari di una vita intera, ultimi gesti, ultimi desideri, l’ultima parola “souci”, fino al video del suo ultimo respiro (esposto per la prima volta alla Biennale di Venezia del 2007) da cui parte il progetto di questa installazione che occupa diverse sale della Residenza Sabauda. Anche in questo caso la quotidianità si tinge di unicità attraverso la tragicità dell’ultima volta: una lista appesa al muro, in cui sono segnati nero su bianco gli ultimi gesti della defunta, colpisce al cuore e ci trafigge con la consapevolezza della caducità delle cose, dei gesti e delle persone, in quanto niente è per sempre.

Con questa serie di installazioni, composta da oggetti, video, fotografie e testi, l’artista ci racconta il suo dolore e insieme a lei cerchiamo la strada per sopravvivere alla perdita, esorcizzando la morte attraverso la forza del ricordo quasi ossessivo della madre in vita e morente. Mediante questo metodo artistico, a tratti provocatorio e surreale, Sophie Calle canta la sua ode all’importanza delle cose semplici: le più pure, le più belle e purtroppo diventate ormai le più rare.

Sophie Calle. MAdRE
a cura di Beatrice Merz
11 ottobre 2014 – 15 marzo 2015
Castello di Rivoli
www.castellodirivoli.org

 

Articolo pubblicato su Juliet Art il 29 gennaio 2015

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